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6+1 motivi per spiegare le contraddizioni di un settore

6+1 motivi per spiegare le contraddizioni di un settore

6+1 motivi per spiegare le contraddizioni di un settore 1442 970 Chiara

Pillola 8

6+1 motivi per spiegare le contraddizioni di un settore

PREMESSA

Ha chiuso il flagship store di Cioccolatitaliani, quello di Via De Amicis, il primo negozio from bean to bar (dalla fava alla tavoletta di cioccolato) per intenderci. Che FBTB fosse una moda internazionale passeggera che ha sfiorato l’Italia lo si sapeva da tempo; che Cioccolatitaliani, che in realtà vende un po’ di tutto, dai gelati alle insalate, chiudesse non era proprio scontato.

Negli ultimi mesi hanno chiuso solo a Milano Trieste Pizza, Caldo Freddo, Belìn! e Messere, e altrettanti hanno aperto, in una giostra continua.

1 – RACCONTARE È UNA COSA, VENDERE UN’ALTRA

Giovani illuminati e capitani di industria con il pallino del food, ricette e prodotti antichi trasformatisi in opere di modernismo, convegni a gogo per trovare la pietra filosofale per avere successo: il settore food è gia diventato quello dell’eccesso di storytelling, l’anticamera delle “sparate” da bar dello sport. Tutti parlano, chiaccherano, ma nessuno sembra interessato a far soldi partendo da un business plan. Un altro sintomo assurdamente preoccupante: non si parla neanche più del fatturato in“ nero”, quello che ha retto il settore per anni.

2 – SOTTOVALUTARE E SOPRAVVALUTARE

Sono i due peccati mortali del boom italiano del food, di una nuova imprenditoria che pensa che il settore sia facile perché è di moda, mentre è il più complicato del mondo del commercio.

Comprare, trasformare, servire, far di conto. Solo il disegno di un’esperienza completa e circolare vi porta al successo commerciale. Fare l’imprenditore è già una professione difficile, farlo nel settore food lo è ancora di più. In Italia cultura e formazione del commercio sono quasi a zero, ma tutti fanno i “fenomeni”. Un bagno di umiltà e qualche mese in stage da Autogrill potrebbero servire.

3 – ECCESSO DI OFFERTA

È un dato di fatto, sul mercato c’è molto di più di quello che possiamo mangiare. A Tokyo, Londra, New York, Parigi è anche peggio ma tutti ci vogliono andare perché fa parte del bla bla di cui sopra. Siamo noi però che vogliamo varietà di offerta e cambiamento della stessa nel tempo. Ergo resta in vita chi ha idee buone, sa far di conto e muta pelle adattandosi senza stravolgere il concetto iniziale. Ma in questo mercato esiste anche una nuova figura: l’imprenditore a tempo, quello che mette in conto già in partenza di smettere, successo o no, entro pochi anni. Il food non è per sempre.

4 – LE MODE PASSANO, I CONCEPT RESTANO

Prevedo che tra un anno il pokè sarà la normalità e delle mille insegne che ora ci sono in Italia, ne resteranno poche come per gli hamburger gourmet. Mentre esisterà ancora Starbucks, Mcdonalds, Carlo e Camilla in Segheria, Grom, La Langosteria. Copiare una tendenza che arriva da altri mercati è più facile che avere idee proprie, ma ha vita breve, dall’altra parte, giocando al ribasso, è sempre meglio copiare che avere idee bislacche. Ritorniamo ancora all’imprenditorialità. Le idee hanno conseguenze ormai scientifiche sul business: vendere la pasta per esempio vuol dire avere il locale pieno a mezzogiorno e non la sera, lavorare su uno scontrino medio “basso” e quindi sui volumi, ricercare location costose in zone di grande traffico.

5 – ARRIVA IMMOBILIARE E FINANZA

Finalmente (o forse no?) anche il settore immobiliare e finanziario si sono accorti del food, in un tempo non tanto lontano se cercavi una location in centro a Milano per un concetto food ti invitavano gentilmente ad accomodarti all’uscita. Oggi puoi avere uno spazio in Via Dante a €2.000Ämq o pagando qualsiasi buonuscita milionaria qualsiasi locale di successo. Tutto è sul mercato. E se ti presenti bene, sei digitale e storyteller, puoi trovare anche qualche fondo che ti finanzia. É il sogno di tutti: investire nel negozio pilota con un affitto esorbitante, mettere a terra tutta la narrazione ma nessuna esperienza di gestione e di numeri, per poi vedersi arrivare l’investitore. Peccato che come è capitato per la bolla londinese qualche passaggio non si concretizzi: ti resta in mano l’affitto esorbitante.

6 – CON I SOCIAL NON SI SCAMPA

Raccontatemi quello che volete, ma con i social non faccio fatturato, lo fanno altri dalle parti della Silicon Valley. Puoi crearti immagine, storytelling, engagement… aggiungete quello che volete. Ma quando cuocio la pasta o inforno la pizza per stare in piedi devo avere il locale pieno e far girare i tavoli più volte. Oppure, e spesso è così, si è consapevoli fin dall’inizio che arrivare a break even in questo settore è un percorso lungo e difficile (Eataly dopo 15 anni perde 17 milioni di euro), e quello che vuoi valorizzare e monetizzare è prima di tutto un brand, e non il fatturato e i coperti. Ma questa è speculazione, non food service, qualche volta va bene, molte volte è una scommessa persa.

+1

Per lavorare nel food ci vuole passione e dedizione e un buon pelo sullo stomaco, quello classico dell’imprenditore-commerciante italiano aggiornato ai nostri tempi. I sogni e la narrazione non fanno parte di questo settore, sono un optional del successo. Concepting, design dell’esperienza, business plan, operation e gestione sono invece una necessità.